Menfi, in
realtà, è anche il suo mare, e tante altre cose. Il mare per noi, il vino per
gli altri, le tradizioni per i libri di storia che ogni tanto rivivono e
prendono vita in questo incredibile pezzo di Sicilia occidentale. Un
piccolo paradiso terrestre
(guarda qui le mie foto ) sconosciuto ai più, a tutti quelli che conoscono il suo vino.
Situata tra i
fra i templi di Selinûs (la colonia greca più occidentale della Sicilia) e l’area
degli scavi di quella che fu Heraclea (la città riportata nelle orazioni
scritte di Cicerone) è stata fondata da Diego Tagliavia Aragona Cortes tra il
1636 e il 1638 anche se la sua storia, e quella del suo vino, inizia molto
prima.
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Prima dei Greci, i Sicani avevano già costruito fortezze
e villaggi. Le loro principali città erano Inyco e Camico poi assorbite tra il
V ed il VI secolo proprio dalle colonie greche.
Durante lo scontro tra Selinunte e Cartagine, intorno al
400 a.C., il territorio menfitano, posto al confine, fu teatro di battaglie e pare
che proprio in questa zona sbarcarono i Saraceni ed è qui che si stanziarono i
Berberi. Nel 1238 Federico II di Svevia fece costruire il castello di
Burgiomilluso (borgo dall’abbondante acqua).
Dopo la Pace di Caltabellotta (31
agosto 1302) gli angioini attaccarono il castello inutilmente e successivamente
la proprietà passò nelle mani dei Ventimiglia prima, e dei Tagliavia poi.
Fu così che sotto
la dominazione spagnola, dopo la scomparsa dei musulmani, Carlo V fece costruire
un casale nel territorio di “Menfrici” e nel 1583, per scongiurare l’invasione
turca, Filippo II, ordinò la costruzione della torre di Burghetto, a Porto Palo.
E pare, che proprio quella torre, era raggiungibile, grazie ad un tunnel
sotterraneo direttamente dal castello, talmente grande e spazioso da farci
passare un cavaliere a cavallo. Voci di paese e di qualche testimonianza senza
nome anche se, non esistono documenti che affermano l’esistenza di questo
tunnel, vero è anche che nessuno ha mai provato a cercarlo…e proprio a Porto
Palo, probabilmente, vi era un emporio fenicio. Di certo in epoca recente,
venne trovata nei suoi fondali, un relitto di una nave romana del II sec a.C.
piena di anfore ed altri antichi reperti.
Soltanto nella prima metà del 1600 iniziò la costruzione
del nucleo urbano grazie a Diego Aragona Tagliavia Pignatelli, che istituì il contratto enfiteutico con il quale affittò
la terra ai coloni e nello stesso periodo fece costruire il palazzo che
porta il suo nome (dove è stata rinvenuta una necropoli pavimentale risalente
al V-VI secolo) e la Chiesa della Madonna delle Grazie.
Il nome Terre di Menphis sostituì quello di
Burgiomilluso ed entrò a far parte del Principato di Castelvetrano fino ai
primi anni dell’800, quando, con l’abolizione del feudalesimo, entrò a far
parte del regio demanio e inclusa nella provincia di Agrigento.
È nel 1813 che
il Comune prende il nome, attuale, di Menfi. Grazie alla fiorente economia e
alle notevoli quantità di prodotti esportati vengono costruiti la ferrovia che
collega a Castelvetrano e l’imbarco doganale di Porto Palo, rendendo Menfi
libera e indipendente, anche da quella che era la vicina “Aquae Labodes” e che
proprio in quegli anni divenne Sciacca.
I menfitani furono favorevoli al progetto di Garibaldi
tant’è vero che in molti lo seguirono nella sua impresa e pare che l’eroe dei
due mondi avesse intenzione di sbarcare proprio qui, a Porto Palo, con i suoi
mille garibaldini prima di cambiare rotta e fermarsi nel porto di Marsala a
causa della presenza di navi borghesi nel porto belicino e il probabile
avvistamento dalla torre saracena che domina a vista il mare sud occidentale. Nel 1968 il
paese e tutto l’hinterland belicino vengono colpiti dal terremoto, nono grado
scala Mercalli. Questo ha danneggiato buona parte del centro abitato, anche se,
ha subito danni certamente inferiori rispetto agli altri paesi terremotati. La
ricostruzione ha portato ad una notevole espansione del paese anche se la
scelta politico-economica-strategica è stata decisamente infelice.
La città si
è espansa verso la città stessa e non verso il mare. La ricostruzione ha
portato all’agglomerato e non all’apertura territoriale.
Pare sia la
robusta presenza massone (almeno tre le logge ufficiali e riconosciute: Inyco,
I Figli di Hiram e Leonardo Cacioppo) a far da cornice e a tenere lontani,
paradossalmente, investimenti e turismo. Del resto le frange di massoneria
deviata da sempre hanno influito pesantemente sulla società menfitana. In
un’intercettazione telefonica contenuta nell’inchiesta Scacco Matto e oramai
divenuta famosa veniva definita “forte, forte, fortissima” che coinvolge persone
“più potenti dei ministri”. Senza dimenticare che fonti confidenziali e
investigative hanno riferito che Matteo Messina Denaro abbia scelto proprio la
“piccola Parigi” come base strategica per gestire il suo potere. Ma questa è
un’altra storia.
Menfi è il suo
vino, dicevamo. Già durante la colonizzazione greca era conosciuta per il buon
vino ed è proprio qui, che, oggi, troviamo una delle migliori realtà
cooperative a livello europeo. La Cantina Settesoli, motore economico e sociale
del paese, è il primo produttore per dimensioni della Sicilia. Ma non è la sola. Di
fatti, tra i vari produttori vinicoli, se la Settesoli esprime la maggiore
forza sui numeri (con una produzione di 24.920.000 di bottiglie nel 2013),
il vino, con l’esclusivo profumo di frutta e agrumi, é il vero protagonista del
territorio.
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Oltre 2.000 soci coltivano il più grande vigneto d’Europa:
6.000 ettari di terreno, 26
cultivar
di uve diverse coltivate per un totale di 559.823 quintali di uva raccolte nel
2013. Dagli autoctoni, per citarne qualcuno, Inzolia e Nero d’Avola agli
internazionali Chardonnay e Merlot su tutti. Ma anche gli sperimentali
Sauvignon Blanc, Alicante Bouschet ed altri.
La vendemmia
inizia con la raccolta del Pinot Grigio e si conclude con il tipico Grecanico.
Si vendemmia prevalentemente a mano, per un buon 60%, nonostante l’avvento
delle macchine vendemmiatrici. Proprio a testimoniare la voglia e l’amore dei
viticultori per il loro raccolto, dove la cultura, e la coltura, del vino
rappresenta un senso di appartenenza al territorio, la vendemmia continua ad
essere, ancora una oggi, un momento importante, una festa da trascorrere tra
amici e parenti.
Cantine
Settesoli é più che un’azienda vinicola. É la storia, l’amore dei suoi soci per
la terra, per il vino: 4 stabilimenti,
25 milioni di bottiglie all’anno, più di 55.000.000 di euro di fatturato (nel
2013) ripartito per il 70% all’estero (in più di 30 paesi) e per il restante in
Italia. La cooperativa, fondata da 68 soci,
nasce il 21 dicembre 1958 (la
prima vendemmia è del 1965) e il nome pare venga in prestito dai sette mesi di
sole che, da marzo con la ripresa vegetativa della vite e la nascita delle
gemme, portano a settembre alla raccolta dell’uva. Vero è anche che il 1958 è
l’anno della pubblicazione de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
che proprio nel libro vincitore del premio Strega parla proprio del “feudo
Settesoli. E questa non è certo una coincidenza.
Menfi (12.739 abitanti, di cui 2.274 vivono all’estero
mantenendo la doppia cittadinanza) conta la bellezza di circa dieci produttori
di vino
(guarda qui).
È nella
“Costa d‟Africa” di Sicilia, che si espande una distesa di vigneti che
si lasciano accarezzare dal profumo del mare e cullare, dall’alba al tramonto,
da quei colori che non lasciano spazio all’immaginazione talmente sono veri e
belli.

È la profondità dell’ombelico del mondo. Nel mediterraneo e nella
Sicilia. Nella storia e nella cultura.
Seppure l’agricoltura
e l’economia menfitana si basano abbondantemente sul vino, non sono da
sottovalutare la coltivazione del carciofo spinoso di Menfi, in particolare, che
dal 2012 è entrato a far parte del prezioso mondo dei Presidi Slow Food e dagli
850 ettari di distese di ulivo. Prevalgono le tre cultivar locali: Bianco Lilla,
Nocellara del Belice e Cerasuola.
Oltre le
produzioni private di cui godono quasi tutti i menfitani sorge la cooperativa
agricola “La Goccia d’Oro” che riunisce 1.100 soci produttori di Olio Extra
Vergine di Oliva.
Menfi è il suo
mare, situata tra le foci dei fiumi Belice e Carboj, dalla piazza Vittorio
Emanuele in alcune giornate si scorge Pantelleria. 18 bandiere Blu (dal 1998
ininterrottamente) conquistate da quei 10 km di spiagge che si affacciano sul
mediterraneo e che hanno conquistato la bandiera Verde 2014.
Le spiagge che si
alternano tra varietà sabbiose, ciottoli bianchi e dune che ricordano quelle
del deserto, sono dominate dal giglio di mare, e da cui è facile godere di
tramonti spettacolari e albe mozzafiato. Per i più fortunati vi è la
possibilità di incrociare la tartaruga del mediterraneo Caretta Caretta che in
certe notti d’estate va a deporre le sue uova lungo il litorale menfitano. È
qui che la natura regala il meglio di sé, cambiando continuamente i propri
colori, soprattutto nella stagione estiva.
Si narra che proprio
in questa zona trovò rifugio Dedalo dopo la sua fuga da Creta. Secondo la
leggenda, Cocalo ospitò Dedalo e poi, le figlie del re sicano, lo aiutarono ad
uccidere Minosse.
Questo e molto
altro si racconta ma il mito rivive da agosto ad ottobre, durante la vendemmia
e durante Inycon, la conosciuta festa del vino nata nel 1996, Bacco pare
tornare e aggirarsi tra i vigneti di Menfi. E qui, forse, la leggenda c’entra
poco tanto è vera la vita tra le strade della città del vino.