"La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico.
La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare".
Piero Calamandrei

mercoledì 26 settembre 2012

Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell'associazione della strage di bologna


Di Salvo Ognibene e Beniamino Piscopo

D: La domanda che credo tutti si siano fatti ripensando al 2 Agosto è “perché?”. Tutti gli atti, anche i più brutali, hanno uno scopo o una logica seppur orribile. Qual è il senso di quella bomba?
R: Creare una situazione di tensione, affinché l’opinione pubblica fosse orientata verso un blocco moderato. Noi abbiamo avuto un periodo piuttosto lungo in cui il regolare corso democratico del nostro paese è stato condizionato da stragi e terrorismo. Prima c’è stata la strategia della guerra rivoluzionaria promossa dall’istituto Pollio, quella che considerava qualsiasi metodo, anche il più riprovevole, lecito e giusto purché il partito comunista non andasse al governo . Poi c’è stata la strategia della loggia P2 che prevedeva lo svuotamento dall’interno delle istituzioni attraverso il controllo di quest’ultime: il cosiddetto “ piano di rinascita”. Non è un caso che nel periodo della strage di Bologna, tutti i vertici dei servizi fossero iscritti alla P2.

D: Chi è stato?
R: Facciamo un discordo molto chiaro. In Italia ci sono state tredici stragi, escluse quelle di mafia. In tutte non si è arrivati ai mandanti, in tutte abbiamo avuto i servizi segreti che hanno cercato di depistare, proteggendo gli esecutori materiali. In alcuni casi si è arrivati a trovare gli autori materiali attraverso i collaboratori di giustizia. Una sola volta per via giudiziaria: nel caso della strage di Bologna. Ora, i vertici dei servizi sono nominati dalla presidenza del consiglio, quindi è lì che bisogna cercare i mandanti, quelli che hanno la responsabilità politica delle stragi. Una prova che non si sta parlando di fantapolitica ne è la trattativa tra Stato e mafia nei primi anni novanta, che oggi è ormai un fatto indiscutibile.

D: Da allora la fiducia nello Stato nel corso degli anni è diminuita o aumentata?
R: Per quanto riguarda noi, senza fiducia nelle istituzioni non avremmo nemmeno un senso da dare a quest’associazione. Con la nostra presenza e la nostra ricerca noi vogliamo dare una mano alle istituzioni. Un conto è lo Stato, fare valutazioni su chi ne ricopre le cariche è un altro.

D: Qualcuno dice cinicamente che lo Stato non può condannare se stesso. Lei è d’accordo con questa affermazione?
R: Questa è un’affermazione generica che semplifica troppo le cose. Ricollegandomi al discorso di prima, io credo nelle istituzioni, la valutazione su chi ricopre le cariche è un altro conto.

D: Crede che un periodo difficile, pieno di tensioni sociali come questo, possa ricreare le condizioni che portarono alle stragi? Oggi sarebbe possibile un nuovo 2 Agosto?
R: È un momento che può portare a rivivere situazioni molto tragiche. Ovviamente il quadro è molto diverso da allora, tuttavia oggi c’è un movimento tra i partiti e un rimescolamento che può scombussolare le carte, creare dei vuoti di potere a cui bisogna stare molto attenti. Inoltre oggi con la rete è molto più semplice organizzarsi.

D: Qual è lo scopo dell’associazione?
R: Avere giustizia, che per noi significa sapere la verità. Conoscere gli esecutori materiali è importante ma il cerchio si chiuderà quando e se si arriverà ai mandanti. O arrivi a svelare e punire determinate azioni in via giudiziaria, oppure sei condannato a riviverle costantemente, senza arrivare alla parola fine su questa strategia che ha frenato lo sviluppo democratico del nostro paese.

D: Dopo dieci anni è arrivata la sentenza definitiva della cassazione sui fatti della Diaz, che ha decapitato i vertici della polizia. È un segnale positivo? Può fare da caso apripista per avere in Italia una giustizia vera e terza?
R: Certo, secondo me si. È solo un fatto positivo che ci sia stato un riconoscimento delle responsabilità di alti vertici delle istituzioni. Anche qui però mancano i politici.

D: Crede sul serio che potrà mai venire a galla la verità sulle stragi?
R: Perché no? Noi ci proviamo. Ci impegneremo affinché si rendano pubblici i documenti dei tribunali e continueremo a portare avanti la nostra battaglia per l’abolizione del segreto di Stato. Sono sfide proibitive ma se non ci provi non potrai mai vincerle.

D: Qual è la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno nell’associazione?
R: Vedere che l’associazione è diventata un punto di riferimento a livello internazionale, anche per studiosi esterni. A volte capita che le ambasciate che hanno visto i propri concittadini coinvolti in incidenti qui in Italia, chiamino prima noi e poi il ministero degli interni.

D: Questo giornale si chiama Diecieventicinque perché crediamo che il modo migliore per evitare che simili fatti si ripetano sia conservarne la memoria. Lei vede questa consapevolezza nelle nuove generazioni?
R: Si, la vedo. Facciamo molta attività nelle scuole ed è bello vedere i ragazzi reagire con partecipazione alle nostre iniziative. Penso anche alle commemorazioni che ogni anno celebriamo il 2 Agosto qui a Bologna in ricordo della strage. Ogni anno di giovani ne vedo sempre di più e sempre più consapevoli. Lo considero un segnale importante: vuol dire voler esserci.

mercoledì 19 settembre 2012

Riina junior a Padova...


Sono passati 20 anni e forse la celebre frase del Gattopardo "cambiare tutto per non cambiare niente" non suona più come un'espressione da citare nel suo pieno significato: forse qualcosa è cambiato. E forse proprio in Sicilia. Probabilmente perché oggi al nord la 'ndrangheta domina su tutto e "cosa nostra" invece trova poco spazio fuori dalla sua terra: le stragi del '92 ed i continui debellamenti delle cosche mafiose pesano come un macigno nelle coscienze dei siciliani giusti. 

E ancora, la rivolta dei lenzuoli, i movimenti antiracket, i figli di quelle stragi che lottano in prima linea per difendere la nostra "bedda" Sicilia. Merito delle forze di polizia, della gente comune che si indigna e si ribella. Della magistratura che fa rimbombare forte il martello dentro quei tribunali. Merito di ogni singolo individuo che con veemenza dichiara guerra alla mafia, denunciando le atrocità di questo cancro che, per anni, ha infettato il nome della Trinacria; contrariamente a quanto avveniva ai tempi di Riina, epoca ricordata per lupare e coppole, in quei tempi quando la parola "mafia" gelava il sangue nelle vene, si soccombeva per omertà e soprusi. E Se pensiamo a tutto questo, allora si, qualcosa è cambiato. 

Giuseppe Salvatore Riina, terzogenito del boss di Corleone, giunge a Padova lo scorso 14 aprile 2012, portando con se il fardello di una fedina penale tutt'altro che nitida: condannato per associazione mafiosa, viene scarcerato il 29 febbraio 2008 per decorrenza dei termini. Il 2 ottobre 2011, dopo aver scontato completamente la pena, pari a 8 anni e 10 mesi, viene rilasciato sotto prevenzione con obbligo di dimora a Corleone e successivamente trasferito nella città di Padova.

Il probabile motivo dell'abbandono della città di Corleone è da ricercare nella comparsa della famiglia Inzerillo "gli scappati" che dall'America ritornavano nella terra natia, così il trasferimento della sorella maggiore Maria Concetta a San Pancrazio Salentino, vicino Mesagne, e di "Salvuccio" in terra veneta, andato via da Corleone perché, si diceva, non essere all'altezza del padre.

Giuseppe Salvatore Riina dal giorno del suo arrivo, accompagnato dalla madre Ninetta Bagarella e dall'Avv. Francesca Casarotto, aveva dichiarato «Sono felice di essere a Padova, spero di essere messo nelle condizioni di fare una vita normale da giovane uomo», e di fronte alle accuse di chi temeva che la sua sola presenza fosse bastata ad attirare a Padova la criminalità organizzata, lui aveva assicurato: «Sono venuto qui per lavorare e continuare gli studi, visto che sono iscritto all'Università di Padova.».

Giuseppe, in terra straniera, viene accolto dalla signora Tina Ciccarelli, responsabile della Onlus che avrebbe dovuto seguire il rampollo di casa Riina e accompagnarlo nel percorso rieducativo.
Il profilo basso che quest'ultimo aveva mantenuto per un breve periodo, forse il tempo necessario per conficcare in profondità le radici nel terreno padovano, si è dissipato in breve tempo perché lusso e bella vita sono vizi difficile da sradicare. Così, lo si vede spesso alla guida di una BMW di grossa cilindrata pur non avendo la patente, alle feste a Villa Barbieri indossando abiti firmati e in compagnia di belle donne. E' così che oggi va in giro il "nullatenente" Riina nella città padovana. 

Sottovalutato dalla città e delle istituzioni o da qualcuno che finge di non riconoscere il figlio del "capo dei capi"? Sembra infatti che nonostante i divieti imposti, le frequentazioni malavitose proseguono indisturbate e le amicizie del carcere di Via due Palazzi producano ottimi profitti economici: traffico di stupefacenti, riciclaggio di denaro.

Queste, le attività portate avanti dal rampollo di Corleone. 
Ma non è tutto. Le frequentazioni dei "corleonesi" proseguono anche a distanza e buona parte degli affari vengono trattati con corregionali. In particolare l'attenzione è da porre su una pasticceria nel pieno centro a Padova, oggi gestita da un siciliano e a quanto pare appartenuta prima, alla mafia del brenta.

Riina jr. è arrivato a Padova con le idee chiare e gli amici pronti ad accoglierlo, come un pregiudicato di Corleone con cui Riina si vedeva già nel paese e che lavora in una fabbrica di ceramica vicino Padova e che, da quanto ci viene riportato da fonti attendibili, sia in intimità con l' avv. Francesca Casarotto, ve la ricordate? La stessa che accompagnò Riina il giorno del suo arrivo nella città padovana e che lo assiste legalmente. 
Casualità vuole che lo stesso lavori in questa fabbrica che esporta ceramiche in una fantomatica ditta di Trapani di proprietà, pensate un po', di Toni Ciavarello, cognato di Riina e marito della sorella maggiore Maria Concetta (lo stesso rinviato a giudizio per essersi finto avvocato per divorzi «lampo» in Spagna). La vicenda però appare ancora chiara e su questa stanno indagando i ragazzi di Telejunior. 
E non finisce qui. La famiglia Riina sembra che abbia interessi con traffici poco chiari a Firenze curati da Vincenzo Bellomo, marito della sorella minore, Lucia.
"Papà mi ha insegnato a rispettare gli altri - aggiunge - perché non è l'uomo descritto dalle cronache giornalistiche o dalle sentenze, ma un padre affettuoso, pieno di attenzioni e di principi. 

Non sono il boss prepotente e sbruffone che hanno dipinto. Sono un uomo che vuole riappropriarsi della sua vita. Anche se mi chiamo Riina" ed annuncia l'uscita di un libro, Giuseppe Salvatore Riina, in un'intervista al mensile "Oggi". Certo che se veramente queste sono le sue attività a Padova per arrivare a definirlo "boss come lo hanno dipinto" ce ne vuole e non poco.
Chissà cosa penserà "Totò u'curtu" l'uomo che terrorizzò l'Italia negli anni '90, che da Corleone "cu li pedi n'critati" prese il comando di cosa nostra ed oggi si ritrova in carcere mentre figli e famiglia si dilettano in queste piccole attività delinquenziali. Beh, ad ogni modo dal figlio del "capo dei capi" ci saremmo aspettati di più.

fonte Telejato

mercoledì 12 settembre 2012

Sottoscrizione per I Siciliani giovani


1982-2012, l'aria della libertà.

IT 28 B 05018 04600 000000148119
                                                 http://issuu.com/isiciliani/docs/sgdepliant

Vi ricordate l’anno scorso quando Santoro vi chiese i soldi per il suo “servizio pubblico”?
10 euro per sostenere il progetto. In 100.000 risposero, una grande dimostrazione di affetto e di sostegno sicuramente. Lo sapevate che dal prossimo 25 ottobre Servizio Pubblico andrà in onda su La7? E i soldi che avevate dato per creare quel progetto autonomo?
Vi sono stati restituiti?
Noi adesso vi chiediamo di sostenerci, promettendo di non passare a La7.

E’ passato un anno da quando, il nostro Direttore Riccardo Orioles, dal Festival del Clandestino, annunciava ai microfoni di Telejato la rinascita de I Siciliani. Non abbiamo più rifatto un giornale, abbiamo fatto I Siciliani giovani, che, poi, forse, lo eravamo già.
I siciliani sono un gruppo, sparso per l'Italia, DIECIeVENTICINQUE a Bologna, Stampo antimafioso a Milano, Telejato, Il Clandestino, Napoli Monitor e potrei continuare. I Siciliani sono un patrimonio comune, sono ragazzi e ragazze sparsi un po' in tutta Italia, sono anche professionisti e giornalisti come Mazzeo, Capezzuto, Finocchiaro, Salvo Vitale, Pino Maniaci.

I Siciliani siamo noi giovani, che almeno qui non rappresentiamo il futuro, siamo il presente e lo viviamo da protagonisti con a fianco degli ottimi maestri. Abbiamo provato a mettere insieme il vecchio e il nuovo, passato e futuro, vivendo insieme in questo presente.

I Siciliani giovani dallo scorso dicembre hanno faticato e lavorato, e quello che abbiamo fatto l’avete visto, ci siamo anche beccati le denunce e le intimidazioni.
Siamo nati perché Giambattista Scidà ci ha ridato l'idea, perchè Giancarlo Caselli e Nando Dalla Chiesa si sono imbarcati con noi, su questa barca che vuole attraversare e raccontare la Sicilia e l'Italia, insieme, facendo rete, perseverando quella pubblica verità che ci ha insegnato il Direttore de “I Siciliani”, Pippo Fava.
I Siciliani giovani però si fa anche con tutti voi.
Usciremo, probabilmente, in edicola, come mensile, dal 22 novembre, esattamente dopo trent'anni dai "vecchi Siciliani". Noi ci stiamo provando a fare tutto ciò ma abbiamo bisogno di voi. Tanti piccoli aiuti fanno un grande aiuto. Adesso vi chiediamo un contributo per sostenerci promettendovi che come sempre andremo avanti, navigando, su questo mare in tempesta, rimanendo liberi, senza padroni alle spalle e di certo non daremo via la baracca come qualcuno, passando a La7.

Per la sottoscrizione abbiamo aperto un conto presso la Banca Etica, l'unica di cui ci fidiamo.
L'IBAN del conto è: IT 28 B 05018 04600 000000148119


"A che serve essere vivi, se non c'è
il coraggio di lottare?"

mercoledì 5 settembre 2012

Nasce a Menfi la Nuova Primavera




Nasce a Menfi la sezione distaccata dell'Associazione "la Nuova Primavera" di Sciacca.

Il sodalizio, formato da ragazzi e ragazze dai 16 anni in poi, si pone come obiettivi principali quelli di avvicinare i giovani della nostra città al mondo della politica e delle istituzioni e di promuovere iniziative legate ai temi della cultura e della legalità nell’ottica di un rinnovamento della classe dirigente e di una rinascita culturale della comunità.

L’associazione politico-culturale “La Nuova Primavera” è apartitica, cioè non è legata in nessun modo ad alcun partito o movimento attualmente esistente, ma non è apolitica poiché uno degli scopi per cui nasce è proprio quello di fungere da raccordo tra i giovani e la politica.

Vicario della nascente sezione distaccata di Menfi è Salvatore Gulino, mentre il ruolo di vicevicario è rivestito da Pietro Buttafuoco.

L’Associazione politico-culturale “La Nuova Primavera” verrà presentata ufficialmente alla città ed alla stampa domenica 9 settembre alle ore 20.30 presso il Roxy Bar di Porto Palo di Menfi.

Gli organi di stampa e l’intera cittadinanza sono invitati a partecipare.


La nuova primavera Menfi