"La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico.
La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare".
Piero Calamandrei

martedì 17 gennaio 2012

Scimmie

Alessandro Gallo è un giovane scrittore che di scimmie ne ha viste tante, ne ha viste ieri e ne continua a vedere anche oggi, a 25 anni, a Palermo, a Bologna, a Napoli.
 Anche Giancarlo Siani ne ha viste di scimmie, ne ha viste tante, troppe.
 Napoli 1985, Panzarotto, Pummarò e Bacchettone giocano a diventare grandi, voglia di diventare qualcuno, di trovarsi un’identità, di quelle che si raccontano, di quelle che superano il tempo.
 Adolescenti che si scontrano troppo presto con la realtà, con la camorra, con la vita.
 Quella realtà di Cutolo, Perrella, Gionta, Nuvoletta. La realtà della droga, dei pomodori, del cemento, della monnezza, della donna con la Calibro 38.
 Giocano a diventare un clan, tre  “guappi di cartone ” come si dice a Napoli ma per Pummarò, Panzarotto e Bacchettone la camorra non è quella che pensavano, non solo soldi ed auto potenti ma anche vittime innocenti, amici morti ammazzati.
 Giancarlo è un giovane “Giornalista Giornalista” che ascolta Vasco Rossi e che vuol saperne di più della Camorra, vuole vederla e farla vedere, senza filtri, senza racconti. Giancarlo è poco più grande di Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, ha solo 26 anni e le idee molto chiare. Gli basta poco per mostrare a quegli adolescenti pronti alla guerra la vera camorra, quella che si chiama mafia, non quella raccontata dagli altri.
 Scimmie è il romanzo di un giovane scrittore, che racconta di quell’amore senza parole nato in una rosticceria  a ritmo di panzerotti, dolce e speranzoso come il cuore di Filomena.
 E’ la storia di molti adolescenti che si ritrovano una vita che non gli appartiene, una vita dove la camorra sceglie per loro, probabilmente morti ammazzati senza un perché o forse perché si trovavano solo nel posto sbagliato,  non hanno potuto viversi la loro storia d’amore con la propria amata o con la propria terra, solo perchè non ne hanno avuto la possibilità.
 E’ il romanzo vincitore del concorso “Giri di Parole 2011” della Navarra Editore.
 Le Scimmie non sono troppo lontane da te, apri gli occhi.

 Sito del libro: www.scimmieilromanzo.com

giovedì 12 gennaio 2012

12/01/2012



10 dicembre 2009 la Camera dei deputati salva Cosentino dall’arresto.
22 settembre 2010 la Camera dei deputati ha negato l'uso delle intercettazioni nelle indagini di Roma.
12 dicembre 2011 la Camera dei deputati salva Cosentino dall’arresto accusato dai pm napoletani di riciclaggio e corruzione con l’aggravante del metodo mafioso. 

Il giudice delle indagini preliminari Egle Pilla lo definisce «il referente nazionale» delle cosche casalesi e Francesco Schiavone “Sandokan” disse che "era amico" di Nicola Cosentino.
“Nick o' mericano” è parente acquisito di diversi camorristi: suo fratello Mario è infatti sposato con Mirella Russo, sorella del boss dei casalesi “Peppe O' Padrino”, che sta scontando un ergastolo per omicidio e associazione mafiosa; un altro fratello è sposato con la figlia del boss Costantino Diana.
Niente male, questo è solo gossip però. Mica è reato avere dei parenti mafiosi.

Ma i pm di Napoli non hanno niente di meglio da fare che occuparsi di Cosentino e chiederne l’arresto?
Già, per esempio potrebbero chiedere l’arresto per tutti quei familiari di vittime di mafia che oggi hanno ruoli pubblici, che ne direste? Pensateci un po’, in fondo potremmo invertire la mafia con l’antimafia.

Del resto sia Liggio che Dell’Utri lo gridarono ad alta voce: “se esiste l'antimafia vorrà dire che esiste pure la mafia”. L’Italia infatti è un paese strano, prima è nata l’antimafia e poi la mafia.

Potremmo legalizzare la mafia, che tra le varie cose con un fatturato annuo di 140 miliardi, è di gran lunga la prima azienda in Italia, martoriarla con un po’ di tasse così da poter mettere i conti in regola e poi potremmo criminalizzare l’antimafia. Facendo due conti avremmo meno morti ammazzati, meno associazioni impegnate, niente “Addiopizzo”, “niente Ammazzateci tutti”, niente “LiberoFUTURO”, niente “Radio Siani” niente “Gomorra”, niente mobilitazioni in favore di Telejato, niente scorta e mobilitazioni  on-line per Giovanni Tizian, niente “scassa minchia”, niente di niente.

Se la mafia venisse legalizzata saremmo tutti più ricchi e la “padania” sarebbe la regione più povera perché lì la mafia non esiste.

Ed invece no, tutto rimane così ed i gattopardi colpiscono ancora "cambiare tutto per non cambiare niente"
Non vi scordate questa giornata, non può finire nel dimenticatoio. Scrivetevelo 12/01/2012.

12/01/2012.

mercoledì 11 gennaio 2012


Penserete subito al Sindaco pescatore, Angelo Vassallo, ed invece no. Non è solo l’ex Sindaco di Pollica che viene ricordato oggi come primo cittadino antimafia. Fino al 16 dicembre avevamo anche Ciro Caravà.
Ve lo ricordate vero? E’ lo stesso che prometteva case abusive a tutti, perfino Bersani dovette intervenire e chiedere chiarimenti al Segretario del Pd Lupo.
Aveva condotto l’ultima campagna elettorale garantendo la sanatoria edilizia agli 800 proprietari di case abusive lungo gli otto chilometri di costa tra Tre Fontane e Torretta Granitola.
Il Sindaco, antimafioso di giorno e mafioso di notte, avrebbe pagato decine di biglietti aerei ai familiari dei boss detenuti al Nord e distribuito appalti alle ditte dei clan. Dalle intercettazioni è emerso anche il sostegno elettorale di Cosa nostra al primo cittadino.
Il sindaco che aveva la famosa foto di Falcone e Borsellino in ufficio, che ha fatto aderire il suo Comune all’associazione Libera e con delibera di giunta l’ha fatto costituire parte civile nel processo ai favoreggiatori di Matteo Messina Denaro, ultima primula rossa di Cosa Nostra..
Campobello di Mazara, alba del 16 dicembre. Alla cittadinanza intera spetta un brusco risveglio, a tutti i cittadini, non solo gli onesti o chi l’ha fronteggiato in questi anni. Il Sindaco Caravà viene arrestato insieme ad altre 10 persone, tra cui capimafia del calibro di Leonardo Bonafede, Francesco Luppino, Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, nel corso dell’operazione dei Ros, coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Maria Teresa Principato e dai sostituti Marzia Sabella e Pierangelo Padova.
 “E’ da tanto che si mormorava e si sussurrava ma la gente non ci credeva più, non succedeva mai niente” ci dice un anziano campobellese. Eppure non solo chiacchiere e proclami, già nel 2008 dal Viminale venne inviata una terna di ispettori nel Comune per verificare eventuali infiltrazioni mafiose ma tornarono a Roma a mani vuote e Caravà ed amici potettero tirare un sospiro di sollievo nonostante le preoccupazioni del momento.
Sono ormai lontani i proclami di quando gridava tana a Matteo Diabolik ed affermava subito dopo la sua rielezione “La lotta alla mafia è la priorità della mia amministrazione”.
Il massimo del disprezzo per Cosa Nostra Caravà lo raggiunse in piena campagna elettorale rispondendo ad una domanda sul presunto capo della mafia siciliana: “Credo che Messina Denaro sia importante prenderlo non tanto per il fatto che possa rendere quel male che ha reso nel passato ma perché si sconfigge un mito e si afferma la forza della legalità e delle Forze dell’Ordine”.
Uno dei messaggeri  di Denaro, Francesco Luppino intercettato al telefono commentava le dichiarazioni dell’amico Ciro, “L’altra sera l’ho sentito parlare in tv minchia se non lo conoscessi..”
Arrestato per associazione mafiosa e accusato di essere organico ai clan che fiancheggiano il superlatitante Matteo Messina Denaro, Caravà non è certo il primo “paladino” dell’antimafia che si scopre essere “punciutu”. Diffidate gente, diffidate dei nomi e delle persone, fidatevi della loro storia e dei concreti risultati che si sono succeduti nel tempo.
E quella “Lezione sulla mafia” di Paolo Borsellino a Bassano del Grappa inevitabilmente mi torna in mente: "C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". 

mercoledì 4 gennaio 2012

A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare?


I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa

Il primo editoriale della rivista “I Siciliani” pubblicato nel gennaio 1983.


 5 gennaio 1984 ore 22, Giuseppe Fava ha appena lasciato la redazione de "I Siciliani", viene freddato davanti al teatro Stabile, in via dello stadio a Catania, dai sicari del boss Nitto Santapaola.
 Accadde qualche giorno dopo la sua ultima intervista rilasciata ad Enzo Biagi, il 28 dicembre 1983 .
Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. [...]
I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. 
Se non si chiarisce questo equivoco di fondo...
Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee.
Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante.
È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l'Italia.
(dall'ultima intervista di Giuseppe Fava, a Film Dossier di Enzo Biagi del 28 dicembre 1983)